Ministro della Giustizia
Dr. Alfonso Bonafede
via Arenula 70 – 00186 Roma
e,per c.
Garante nazionale dei diritti delle persone detenute
o private della libertà personale
Via di San Francesco di Sales 34,
00165 – Roma – Italia
Signor Ministro,
sono da poco uscito dal carcere e ho trovato i detenuti convinti che nessuno meglio di loro, possa essere consapevole della esasperazione che attraversa tutto il mondo carcerario e provoca le esplosioni di rabbia e violenza di cui sentiamo notizia in questi giorni.
Sovraffollamento, carenze strutturali, carenze sanitarie, carenze di personale, sono diventati un pò ovunque la normalità. E ora si è aggiunto il virus e le ulteriori restrizioni. Come tante altre volte sentono discorsi sui doveri collegati ai diritti, su responsabilità individuali e collettive. Hanno il dovere di adottare abitudini a salvaguardia della salute, ma i loro diritti, anche i più semplici vengono negati. Vorrebbero indicazioni dal Governo o dal Ministro su come possono rispettare alcune regole: per esempio il metro di distanza l’uno dall’altro, oppure lavarsi spesso le mani se mancano saponi e disinfettanti. Più facile sarà non darsi la mano e non abbracciarsi visti i divieti agli incontri. Non forzeranno varchi e i blocchi e si chiuderanno diligentemente “in casa”. Sono già chiusi in una Casa, ma Circondariale, e questo aggettivo indica in pratica una condizione di coazione per coloro che vi lavorano o vivono.
Alla notizia delle rivolte a Salerno, Napoli, Foggia, Modena, Milano, Rebibbia si sono fermati per confrontarsi, per parlarne. Forse piccoli numeri e una gestione tranquilla evitano le esplosioni. Ma se il virus entra in carcere, è tragedia sicura, il contagio è garantito e la terapia, intensiva o non, impraticabile. Già si fatica fuori, figurarsi dentro. Per questo c’è bisogno di attenzione, di informazioni e collaborazione, indicazioni su tempi e modi delle misure adottate. Lo scontro con lo Stato, le tragedie come a Modena, non giovano, non risolvono nulla, anzi aggravano. Una volontaria, oggi, fuori dal carcere di Modena, dove entra da 30 anni, piangeva e tra le lacrime diceva che questa è una sconfitta soprattutto per lo Stato. I manganelli, i lacrimogeni, gli spari non aiutano. Bruciare materassi o salire sui tetti, attira un attimo di attenzione, si può urlare, ma niente di più. E il prezzo è carissimo: morti, feriti, anni di nuovo carcere. Se è vero che si esce dall’epidemia, come ripetono a ruota su radio, tv e giornali, solo se ci si aiuta a vicenda, diamo a tutti l’opportunità di aiutarsi e di aiutarci.
Si è capito che la situazione è critica in Italia e nel mondo intero. Ma fuori non si è capito che la situazione delle carceri era critica da molto prima che arrivasse il virus, ed ora è tragica. Evitare le tragedie che si possono evitare è un dovere di tutti ed è anche un mio auspicio. Voglio sperare che queste emergenze diventino l’occasione per capire che il carcere è una parte della società, che le mura non fermano i virus, la rabbia, la malattia, la disperazione, la mancanza di diritti e di prospettive. Tutto entra e tutto esce. Fuori non ci si può sentire protetti se non lo si è anche dentro.
Vincenzo Russo